La trattoria Zita ha festeggiato nel 2015 i 75 anni di attività, ma in realtà il locale preesisteva, probabilmente fin da quando fu costruito l’edificio, alla fine dell’Ottocento.
La “bottega”, come l’abbiamo chiamata sempre in famiglia, fu acquistata dalla nonna materna di noi attuali gerenti, Silvia e Cristina, che le diede il proprio nome, Zita appunto. Nome ormai dimenticato, ed usato invece come sostantivo al Sud Italia in genere, per cui ci capita che ci chiedano la pasta con le sarde, che è un piatto spettacolare, ma proprio a Spilamberto, da dove veniva la nonna, non usava per niente.
Allora la trattoria era in realtà una friggitoria, una piccola cucina con pochissimi tavoli, e soprattutto si facevano piatti da asporto. La clientela era composta soprattutto dai lavoratori della zona, che era molto popolosa e trafficata. Infatti, pur non essendo centrale, Santa Viola, che è il vecchio nome del quartiere, era già molto costruita ed abitata, perché area di industrie, con le fonderie, e di commercio, con l’asse della via emilia, lungo il quale si muovevano carrettieri e birocciai con le loro merci.

La nonna Zita era emigrata dal paesello natio per necessità perché il nonno Vincenzo si era ammalato, ed era in sanatorio dove, poveretto, finì i suoi giorni. Ma oltre se stessa la nonna aveva anche due ragazzini da tirar su, così fece fagotto e si trasferì, portando la sua cucina semplice e i suoi fiaschi di lambrusco.
C’era la guerra ma che fa? Anzi, mio padre Arturo detto Rino, che ebbe poi a diventare l’oste più burbero di Bologna (forse in competizione con il mitico Mario di via san Felice…), raccontava che avendo l’attività erano loro concessi più bollini, e quindi non dovettero mai patire la fame.
Però poi dal 1943 al ’45, la saracinesca si abbassò e la famiglia Santunioni tornò sfollata al paesello, perché la zona era bersaglio dei bombardamenti, in quanto le fabbriche circostanti erano state destinate a produzioni belliche, di munizioni e simili.
Ma appena finita la guerra, l’attività ricominciò ed anzi la nonna fece un primo ampliamento, spostando la cucina ed aumentando il numero dei tavoli. E così andarono avanti le cose, la nonna aiutata dalla figlia Elda, fino al 1965, quando la nonna improvvisamente morì.

La zia Elda prese le redini e nostro padre Arturo decise di sposarsi, più per avere di nuovo una mamma che lo accudisse, che per vero senso della famiglia. Si era specializzato infatti nello scavalcare i balconi delle signore sposate al sopraggiungere dei mariti, ma sembra che le stesse non ne volessero sapere di lavargli i calzini.
E così la povera Lina entrò nello staff, con il suo garbo e la sua dolce modestia, ma anche il suo teutonico senso dell’impegno, del sacrificio e la sua ambizione, di fare le cose per bene..
passarono un po’ di anni, nascemmo noi due ma la zia Elda si ammalò, così la mamma si trovò improvvisamente a doversi occupare di…tutto.
A quel punto, chiamò a Bologna dal paese i propri genitori a darle una mano, il nonno Aristide in cantina, e la nonna Silvia in cucina.
Questa sì era una vera “arzdoura” come si deve, abituata a gestire e mettere a tavola quelle belle famiglie contadine di una volta, una trentina di elementi o giù di lì, pranzo e cena. E sfoglia dopo sfoglia, la nonna continuò a lavorare con la mamma fino ai novant’anni, quando cominciò ad accusare qualche difficoltà a stare tanto in piedi, e decise di sedersi, senza pensare per un minuto di non darsi più da fare, anzi diventando la baby sitter di Giulia e Alice, le figlie di Silvia.

Tornando indietro un passo, crescere in una trattoria è stato un po’ strano, a ripensarci. I genitori sempre super impegnati, tanto che erano i clienti “fissi”, uno in particolare, a farci fare i compiti di scuola. E non si poteva neanche avere un battibecco in famiglia senza che qualche sconosciuto dicesse la sua. Però c’erano sempre inaspettati regali extra per Natale! Ma la cosa che ci piaceva di meno, a me e mia sorella, era il dover “dare una mano”, fin da piuttosto piccole. Ora sarebbe persino illegale ma allora era perfettamente normale, tornare da scuola stanche ed affamate, e dover prima lavorare, poi poter mangiare, poi a fare i compiti, poi alla sera di nuovo in bottega. Alcuni si ricordano di me, adolescente un po’ imbronciata e poco cordiale, senz’altro, ma avrei voluto vedere loro al mio posto! Di sicuro, il meno cordiale di tutti era mio padre, che pur facendo un altro mestiere, sentiva il locale suo, essendo stata sua mamma la prima, e veniva pranzo e cena a “dare una mano”. L’uomo più “sgodevole” del mondo, senza dubbio, e i tanti vecchi clienti che se lo ricordano sanno di cosa parlo. Ma non era cattivo, solo terribilmente scortese.
E così, giorno dopo giorno, la trattoria è arrivata a compiere 75 anni nel 2015, nonostante un brutto passaggio del testimone quando la Lina se ne è volata via. Lasciando ricordo indelebile del suo bel sorriso, e la sua segreta ricetta del coniglio.
Ora ci siamo io, Cristina, e Silvia, mia sorella, a portare avanti la bottega, cercando di mantenerci fedeli alla storia di cucina della nostra famiglia, soprattutto all’insegna della semplicità e della continuità, per cui scusateci se non impiattiamo con vezzosi ricci di prezzemolo e raffinate volute di carote e non chiamiamo crudité un’insalata… non siamo proprio capaci.

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